Curiosità. La Ciociaria in un racconto da ‘Premio Strega’

A pagina 19, ma non solo in quella,  del racconto di Alessandra Lavagnino, ” Le bibliotecarie di Alessandria” si parla della Ciociaria. Non è tutto. I dialoghi sono in dialetto ciociaro. Di Alatri in particolare. Ma non finisce neppure qua. L’opera, tra quelle finaliste del premio Strega, nell’anno 2002, racconta “la saga di una famiglia dal 1870 alla fine della seconda guerra mondiale, narrata come il crescere di un albero nodoso e dai rami intrecciati, faticoso ma forte di una sua determinazione, dalle sue radici degli avi, lontane per geografia e posizioni sociali. Un’opera corale, o  «un concerto italiano» come suggerisce il titolo della prima parte, ma che si stringe alla fine in una infanzia e prima giovinezza. Ma oltre a questo senso, di storia di una famiglia scandita in tre tempi – il fascino occidentale e orientale insieme di Alessandria d’Egitto di fine Ottocento, il crescere di Roma a cavallo della prima guerra mondiale, la guerra e l’incontro rivelatore con una grande città meridionale -, Le Bibliotecarie di Alessandria può leggersi in un modo più raccolto e simbolico. Adriana, la protagonista che narra, rievoca l’epopea della famiglia come fosse – dall’infanzia felice alla sofferta maturità – una propria biografia trasfigurata; in questa, separazioni e lontananze sapranno comporsi in un sorprendente intreccio di legami impreveduti. E si capisce che il vero racconto si nasconde fra le linee sottese ai tempi della storia”. Per saperne di più basta leggere il libro.

L’autrice
Alessandra Lavagnino
 è nata a Napoli e ha insegnato Parassitologia all’Università di Palermo, specializzandosi in insetti vettori di malattia. Oltre alle pubblicazioni scientifiche ha scritto un gran numero di opere di narrativa tra romanzi (I lucertoloni, I Daneu, Il fantasma nel sole, Una granita di caffè con panna), racconti e favole per riviste, racconti divulgativi, e riscritture in italiano.

La recensione di Elisabetta Boloni    –collaboratrice di SoloLibri.net
“Libro di inatteso fascino, Le bibliotecarie di Alessandria contiene il racconto di una serie di vicende che interessano la famiglia protagonista, che viene seguita per quasi un secolo, dall’Ottocento a metà del 1900.

 

Dalle origini ottocentesce in un paese della Ciociaria, assisteremo prima allo spostamento della famiglia ad Alessandria di Egitto, dove vivrà gli anni più felici e spensierati, e poi al ritorno in Italia, a Roma, durante gli anni che precedono la seconda guerra mondiale. Qui, la protagonista e voce narrante della storia racconta la sua infanzia di bambina, dopo la separazione dei genitori. Lei vive in parte con il padre, dipendente delle Belle Arti, e in parte con la madre, affascinante bibliotecaria, che sceglie di convivere a Palermo con l’uomo che ama, a dispetto di tutte le convenzioni dell’epoca.

Un libro ricchissimo di suggestioni, con ampie ricostruzioni della vita di due impiegati di Stato negli anni trenta e quaranta, al centro e al sud: vite e professioni osservate da diversi punti di vista e diverse angolazioni, che rendono la narrazione sempre stimolante. Splendide le pagine in cui si racconta una vera epopea nota solo a pochi addetti ai lavori, ossia il salvataggio delle opere d’arte da parte dei funzionari, che le mettono al riparo dai bombardamenti alleati durante la seconda guerra mondiale. Accuratissima è anche la ricostruzione di fatti storici e di interni familiari e privati. Un racconto della borghesia italiana nel suo lento affermarsi, che l’ironia e la capacità affabulatoria dell’autrice ci rendono davvero vicina”.

Pagina 19 del Libro, si parla dei ‘Canterno’

Ciociaria, Italia, 1870

Arroccato in cima a un monte, Fumone era – ed è – il più piccolo paese di Ciociaria.

Fra le case abbracciate fra loro e fitte come gli acini d’un grappolo d’autunno, le stradine fanno gradino di ogni rilievo di roccia. Sopra sta inaccessibile la Rocca, e lì dentro, avendo con sé due libri solamente, morì prigioniero e santo Pietro da Morone, colui ch’era stato il papa angelico Celestino V. Ma seicento anni dopo chi ci pensava più?

Delle antiche mura di Fumone la porta medievale è tanto stretta che a malapena ne passa un somaro con sopra l’uomo e qualche fascina: quei begli asini marrone di muso e pancia bianchi, di grandi orecchi e fianchi generosi.

In groppa a un animale così era giunta da Alatri la levatrice e dentro il grovigliato paese s’era lasciata guidare dai gridi della partoriente. Quando fu alla casa lavorò pochi minuti poi, nel silenzio dopo l’urlo più alto e lungo della donna, con voce che suonò di conferma disse: «maschio!». Il padre Canterno Giacomo e nonna Erminia – questa un attimo appena – mandarono occhi e mani al cielo ringraziando; né in quei momenti pensarono altro. La mammana finì il suo lavoro, poi si lavò le mani.

Mezz’ora più tardi la piccola Erminia, guardato che ebbe con serietà il fratellino – gli occhi neri nascosti fra boccoli rossi – ruppe in gran pianto e corse via. I suoi piedini scalzi suonarono umidi sui mattoni appena lavati ma già macchiati di sole vaporante: erano le dieci di una mattina calda, pure se si era già al venti di settembre. In quei momenti stessi veniva fatto un buco, da fuori, nel muro della città del papa.

Al vedere la bimba scappare via a quel modo, «e mò che tiene ‘sta uttra?» disse la nonna, però in domanda subito smemorata, ché a quel tempo il pianto di una bambina non dava pensiero.

Entrati a Roma i bersaglieri, nonna Erminia a Fumone prese a battere con la forchetta dentro una terrina acqua e olio per darne l’emulsione al neonato, poiché così va fatto onde liberare le tenere viscere da «tutta quella robaccia nera che c’è dentro». Nella mamma che intanto s’era addormita, la febbre puerperale saliva.

Il piccolo fu battezzato Tommaso come il nonno compianto e crebbe bene, pure senza la mamma. Nei giochi seguiva la sorella, ma non aveva i suoi capelli rossi. Lei gli diceva: «vie’, lassali perde quelli, vie’ co’ me!». E Tommaso li lasciò perdere, suo padre e nonna Erminia, quando vollero obbedienza e vederlo occuparsi di vigne e foraggi, di ben vendere il vino e scegliere nuove terre a comperare: poiché i quattrini c’erano ed era dovere suo, dopo che l’unico cugino maschio, Michele, s’era fatto prete. Ma a tredici anni pure Tommaso stava sempre ad Alatri «appresso ai preti», leggeva libri e studiava. Così ancora a diciotto: però non per farsi avvocato – di questo suo padre si sarebbe contentato – e manco prete (la nonna ne sarebbe stata orgogliosa) ma solo perché studiare gli piaceva. Volevano di ciò si vergognasse; Tommaso si fece più timido e silenzioso.

La sorella si faceva più bella. E venne il giorno di primavera – si era al 1888 – che sei muli scesero in fila da Fumone per la strada di Alatri dondolando sui fianchi le casse del corredo. Dietro, su un asinello bianco, maestosa seguiva Erminia, bellissima sposa di un ricco possidente.

L’anno appresso Tommaso si innamorò: però di una signora, e allora volle uccidersi. Maldestramente si ferì, poi si trovò guarito, anche se «non di testa» dissero i suoi, e quando poté di nuovo reggersi in piedi, volle mettersi davanti a padre, nonna e sorella, poi fece un lungo e incomprensibile discorso che conteneva un’idea nuova a Fumone, e pazza: l’essere latrocinio o poco meno il possedere terre, pascoli e vigne. E concluse: «non voglio niente, solo che mi lasciate in pace. Quanto mi spetta lo regalo ad Erminia e Giovanni. Ne facciano ciò che vogliono. Voglio solo quanto mi serve per studiare». Giovanni era il cognato. Tommaso compiva allora ventun anni. Si fece dare un poco di bajocchi e su un carretto, assieme a poche cose andò giù per la Casilina fino a Roma. Conosceva Fumone grumoso e stretto nella nebbia, conosceva Alatri orgogliosa dentro le nere mura di venticinque secoli: Roma gli apparve grande, alluciata, polverosa e dispersa. Ma dentro la mente sua c’era uno scopo solo: trovatala, si iscrisse all’Università, che si chiamava allora La Sapienza.

 

a cura di J.C.

Cinzia Cerroni